ISSN 2464-9694

ANNO IV, Marzo 2019

Le sezioni unite e la compensazione
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Nota a Cass. Civ., SS.UU., Sentenza n. 23225 del 15/11/2016, Pres. G. Canzio, Rel. M.M. Chiarini.

 

Sommario 1. Il contrasto interpretativo.  2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

 

1. Il contrasto interpretativo.

Fino al 2013 la giurisprudenza civile era unanime nel considerare il credito contestato, non già nel quantum, bensì circa l’esistenza del titolo, non suscettibile di compensazione giudiziale.

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Quest’orientamento granitico[1] della Suprema Corte si fondava sull’argomentazione per cui la certezza dell’esistenza del credito che viene eccepito in compensazione costituirebbe un requisito essenziale ai fini della compensazione ope iudicis ex art. 1243, comma 2, c.c[2].

L’incertezza già nell’an del controcredito opposto implicherebbe dunque l’assenza del carattere, legalmente richiesto per l’operatività della compensazione, della liquidità della pretesa creditoria fatta valere in via di eccezione.

Di talché laddove il controcredito fosse oggetto di contestazione in ordine all’esistenza del titolo su cui si fonda, la liquidità del credito opposto si connoterebbe per essere provvisoria e, come tale, caratterizzata da un’elevata incertezza. Infatti, ben potrebbe il credito essere accertato come esistente in un altro giudizio rispetto a quello in cui è eccepito; ma potrebbe anche accadere che in sede di appello venga ribaltata la statuizione di primo grado che ne abbia accertata l’esistenza, facendo venire meno la pretesa creditoria attivata in altro procedimento.

Secondo questo filone interpretativo la compensazione giudiziale in questo caso non potrebbe fondarsi neanche attraverso il viatico degli articoli 295 e 337, comma secondo, del codice di rito, che ammette la sospensione del giudizio in determinati casi tassativi.

Infatti, secondo la giurisprudenza dominante la sospensione di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c. non sarebbe identificabile con quella di cui all’art. 295 c.p.c., poiché la prima consisterebbe un’ipotesi speciale, in cui il giudice si limita essenzialmente a ritardare la decisione sul credito azionato con la domanda in via principale, qualora il credito eccepito in compensazione sia di facile e pronta liquidazione.

In altri termini, mentre nell’art. 1243, comma 2, c.c., credito e controcredito vengono fatti valere innanzi al medesimo giudice, l’art. 295 c.p.c. postula l’esistenza di procedimenti giudiziari separati, pendenti innanzi a giudici diversi.

L’esistenza di una contestazione giurisdizionale circa l’esistenza stessa del credito opposto in compensazione in un separato giudizio costituirebbe dunque ragione assolutamente ostativa all’applicazione del meccanismo reciprocamente estintivo delle obbligazioni di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c.

In tempi recenti la Terza Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza n. 23573 del 17 ottobre 2013 è però intervenuta ad aprire una breccia nel muro della consolidata interpretazione giurisprudenziale, ammettendo per la prima volta la compensabilità del credito litigioso, sub judice in un separato e diverso giudizio, la cui esistenza non sia stata ancora accertata con un provvedimento giurisdizionale avente il crisma del giudicato[3].

Questa pronuncia, a carattere fortemente innovativo e, per certi versi rivoluzionario, ha preso le mosse dalle obiezioni dottrinali[4] circa l’effettiva necessità del requisito della certezza processuale del credito per l’operatività del modo di estinzione dell’obbligazione a carattere satisfattorio della compensazione.

Ed in particolare, la Terza Sezione della Suprema Corte ha ritenuto che ciò che rileva ai fini della compensabilità di un credito sono solo ed esclusivamente i requisiti legalmente previsti dall’art. 1243 c.c.: la reciprocità, l’omogeneità e la liquidità.

La certezza dell’esistenza del credito sarebbe invece collocata su un piano puramente processuale, come tale inidonea ad incidere, in senso preclusivo, sull’operatività dell’istituto della compensazione giudiziale.

Per la sentenza n. 23573 del 2013 “l’accertamento sotteso alla cosa giudicata in punto di certezza, cioè di incontestabilità del controcredito per essere definitivamente acclarata l’esistenza della sua fattispecie costitutiva, non aveva alcun rilievo ai fini dell’individuazione della coesistenza dei due crediti: tale consistenza, infatti, si correlava alla contemporanea operatività della fattispecie costitutiva dei due crediti a livello sostanziale, mentre l’accertamento giudiziale di ognuna di esse non aveva alcuna incidenza ai fini di detta operatività”.

La Terza Sezione ha poi argomentato circa la compensabilità del credito sub judice attraverso l’applicazione analogica dell’art. 35 c.p.c.[5] a tale fattispecie. Tale norma, infatti, prevede che nel caso in cui venga sollevata eccezione di compensazione di un credito che ecceda la competenza per valore giudice adito, e questo sia fatto oggetto di contestazione da parte dell’attore, il giudice può comunque decidere sul credito azionato in via principale, rimettendo al giudice competente per la decisione della porzione non di sua competenza.

Secondo la “nuova” interpretazione in punto di compensazione giudiziale del credito la cui esistenza sia giudizialmente contestata, dunque, anche il diritto processuale contemplerebbe disposizioni, come gli articoli 35, 275 e 337, comma secondo, in grado di risolvere eventuali problemi di coordinamento che potrebbero sorgere in sede processuale.Uomo Calze Ad Black Starry Serie Calzini Fantasia Cute Pittura Sky Da Retro Unisex Arte Mini c4jSRLAq35

Del resto, proseguiva la Terza Sezione della Cassazione Civile, l’orientamento consolidato andrebbe superato, poiché si risolverebbe in un’irragionevole disciplina processuale gravemente lesiva del diritto di difesa di cui l’art. 24 della Costituzione sancisce l’inviolabilità, impedendo al convenuto di far valere mediante eccezione un credito nei confronti dell’attore, solo perché contestato.

Ciò, peraltro, condurrebbe all’ulteriore profilo di irragionevolezza, sostanziale, perché si finirebbe per trattare in modo sperequato ipotesi identiche, con violazione anche al canone della ragionevolezza di ex art. 3 Cost. A ben vedere, infatti, argomentava la Terza Sezione, seguendo l’interpretazione dominante in giustizia civile, si finirebbe per ammettere la compensabilità del credito contestato nel caso in cui questo debba essere accertato dal medesimo giudice adito per il credito azionato in via principale dall’attore, ed escluderla invece qualora l’esistenza del controcredito opposto debba essere accertata in un giudizio separato, davanti ad un giudice diverso[6].

Rilevata quindi l’esistenza di un contrasto ermeneutico sulla compensabilità giudiziale del credito sub judice, la Terza Sezione della Cassazione Civile con ordinanza n. 18001 dell’11 settembre 2015 ha rimesso la questione alle Sezioni Unite affinché queste, nell’esercizio della loro prerogativa nomofilattica, risolvessero il conflitto interpretativo ed assicurassero la certezza del diritto.

 

2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 

Le Sezioni Unite sono così intervenute con la sentenza n. 23225 del 15 novembre 2016, confermando con un robusto impianto motivazionale la tesi tradizionale e dominante dell’inammissibilità della compensazione giudiziale del credito contestato.

La Suprema Corte nella sua composizione allargata ha preso le mosse del proprio iter argomentativo dalla perimetrazione dei requisiti della liquidità e della certezza.

Per “credito liquido” ex art. 1243 c.c. deve intendersi il credito determinato nell’ammontare in base al titolo; ciò si desume anche dall’ordito normativo contenuto sia nel codice civile che in quello di procedura civile.

Così, ad esempio, l’art. 1208, n° 3, c.c. in materia di requisiti di validità dell’offerta reale del debitore prevede che questi debba depositare una somma per le spese “liquide” ed un’altra per quelle “non liquide”, mentre l’art. 1282 c.c. in punto di obbligazioni pecuniarie sancisce che i crediti liquidi – ed esigibili – sono produttivi di interessi. Sul versante processuale, l’art. 633 c.p.c. richiede quale condizione per l’ammissibilità del decreto ingiuntivo l’esistenza di un credito di una somma liquida di denaro.

“Liquidità”, dunque, vuol dire certezza in ordine al quantum del credito.

Il requisito della certezza del credito, mai menzionato da alcuna norma di diritto sostanziale in materia di compensazione, riguarda non l’ambito oggettuale dell’obbligazione, bensì il titolo costitutivo del credito, cioè la fonte da cui questo scaturisce.

“Certezza” del credito sta quindi a significare non contestazione circa l’esistenza del titolo costitutivo del credito eccepito in compensazione.

Dalla differenza tra liquidità e certezza deriva che mentre la compensazione giudiziale ben può essere ammessa in caso di contestazione che riguardi il quantum debeatur, ammettendola il secondo comma dell’art. 1243 c.c., la contestazione relativa al titolo, cioè riguardante l’an debeatur, preclude la possibilità di qualsiasi compensazione.

La contestazione circa l’esistenza stessa del credito, infatti, intacca i requisiti legalmente indefettibili della liquidità e dell’esigibilità del credito, che assumono il carattere della temporaneità, minando fortemente la certezza della vicenda estintiva mediante compensazione.

Ne consegue che, tenuto conto dello scopo della compensazione, che è quella dell’estinzione satisfattoria[7] e reciproca[8] delle pretese creditorie, questa non possa avere luogo laddove uno dei crediti risulti contestato, ovvero sub judice.

In linea con la ratio della compensazione, che è quella di estinguere le reciproche pretese uno actu, evitando per ragioni di economicità diversi spostamenti patrimoniali[9], nonché quella di mezzo di difesa per evitare che il debitore-creditore eccipiente debba adempiere subito senza certezza di poter poi ottenere quanto di sua spettanza[10], la giurisprudenza ha dunque identificato i caratteri della liquidità e della certezza.Ginnastica Da Basse B Djrock Rosarose EScarpe Bimba Geox pGLUqzSVM

Non si ammette, dunque, la compensazione laddove il titolo di credito non sia incontrovertibile, come nel caso in cui possa essere modificato mediante impugnazioni non solo nel suo ammontare, ma più a monte nella sua stessa sussistenza.

La giurisprudenza ha così accolto una nozione di “liquidità sostanziale” del credito in cui confluiscono la certezza in ordine all’ammontare del credito ed all’esistenza dello stesso, cui si è affiancata una “liquidità processuale”, cristallizzata in una pronuncia giurisdizionale irrevocabile, che non sussiste se il creditore principale contesta o potrebbe contestare, non pretestuosamente, nell’an e/o nel quantum il titolo che accerta il controcredito.

Il credito, dunque, per poter essere eccepito in compensazione deve essere certus nell’an, nel quid, nel quale e nel quantum debeatur.

Del resto, la locuzione contenuta nel secondo comma dell’art. 1243 c.c. per cui “se il debito opposto in compensazione...è di facile e pronta liquidazione...” è stata interpretata in senso restrittivo, per cui sussiste la facile e pronta liquidabilità solo allorquando il giudice possa quantificare esattamente il controcredito mediante una mera operazione aritmetica (es. calcolo degli interessi).

Dunque, sulla base di un ragionamento sillogistico, la giurisprudenza dominante ha escluso la compensazione giudiziale del credito litigioso.

La premessa maggiore di tale ragionamento è che la liquidità ingloba al suo interno anche la certezza – sostanziale e processuale – dell’esistenza del credito, quella minore che il credito sub judice non è certo.

Se il credito non è certo, allora esso non è né liquido né di facile e pronta liquidazione e, come tale, non può portare alla reciproca estinzione dei crediti.

Pertanto, qualora l’accertamento del credito opposto in compensazione penda innanzi al giudice diverso da quello davanti al quale è fatto valere il credito in via principale, è il primo che deve liquidarlo. Il giudice dell’eccezione di compensazione non può mai sospendere il giudizio sul credito principale ai sensi dell’art. 295 e 337, comma 2, c.p.c., qualora nel giudizio avente ad oggetto il credito eccepito in compensazione sia stata emessa sentenza non passata in giudicato, ma deve dichiarare l’insussistenza dei presupposti per l’elisione del credito azionato dall’attore e rigettare l’eccezione della compensazione.

Infatti, l’eccezione di compensazione non integra un presupposto di tipo logico-giuridico per l’accertamento del credito principale, e pertanto non deve darsi luogo a sospensione del giudizio in cui viene eccepito il credito litigioso, poiché una siffatta soluzione comporterebbe un sacrificio ingiustificato delle ragioni di tutela del creditore che abbia agito in via principale per ottenere la condanna del debitore.

Diversamente opinando, infatti, si consentirebbe al debitore che eccepisca la compensazione di un credito contestato di procrastinare sine die la definizione del giudizio in cui è convenuto.

Le Sezioni Unite con la sentenza n. 23225 del 2016, oltre a confermare integralmente l’orientamento tradizionale, ribadendo le suesposte motivazioni, hanno altresì confutato la tesi, propugnata dalla Terza Sezione della Suprema Corte con la sentenza n. 23573 del 2013.

Le SS.UU. hanno in particolare escluso l’applicabilità dell’articolo 35 c.p.c. alla fattispecie controversa della compensazione del credito sub judice.

Per le Sezioni Unite, infatti, i piani della suddetta norma, che riguarda la competenza, e dell’articolo 1243, comma 2, c.c., che individua i presupposti di applicabilità della compensazione giudiziale, non si intersecano.

Infatti, mentre il secondo comma dell’art. 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis tra i reciproci crediti solo ove la liquidazione sia facile e pronta per il giudice, l’art. 35 c.p.c. disciplina vicende marcatamente processuali attinenti alla competenza per valore, non incidendo in alcun modo sul regime sostanziale della compensazione.

Per le SS.UU. neanche l’art. 40 c.p.c. sulla modificazione della competenza per ragioni di connessione, invocata dalla sentenza n. 23573/2013 della Terza Sezione della Cassazione Civile può giustificare i meccanismi della sospensione del giudizio sulla compensazione per l’accertamento del credito opposto ed oggetto di accertamento in un separato giudizio (davanti al medesimo ufficio giudiziario) e della condanna con riserva (in caso di giudizi pendenti davanti a diversi uffici giudiziari).

In senso ostativo all’utilizzabilità degli articoli 34, 35, 40, 275 e 337, comma 2, c.p.c. rispetto all’ipotesi in esame vi sono poi altri due argomenti.

Il primo risiede nel principio immanente, sancito dall’art. 1243, comma 2, c.c., per cui la compensazione giudiziale può avere luogo solo quando il giudice adito per la tutela del credito principale sia competente anche per il controcredito opposto in compensazione. 

Inoltre, considerato che il giudice non può emettere una sentenza costitutiva con cui estingue i reciproci crediti laddove quello opposto in compensazione non sia di facile e pronta liquidazione, la compensazione giudiziale non può a fortiori avere luogo laddove sia incerta l’esistenza stessa del credito, poiché ne è contestato il titolo costitutivo.

Il secondo motivo che depone in senso contrario all’applicabilità dei meccanismi processuali invocati dalla sentenza 23573/2016 sta nel fatto che l’articolo 1243, comma secondo, c.c. non contrasta con il disposto dell’art. 35 c.p.c. ma, a ben vedere, ne costituisce conferma.

L’art. 35 c.p.c., infatti, stabilisce che quando il giudice non è competente per valore sul controcredito eccepito in compensazione, ed il credito principale è fondato su un titolo non controverso, o comunque facilmente accertabile, decide subito su di esso, ma non sospende in alcun modo la decisione, né in forza dell’art. 295, né tantomeno dell’art. 337, comma 2, c.p.c., poiché rimette la causa al giudice “superiore” solo per la porzione del credito che eccede la sua competenza

Qualora invece neanche il credito principale risulti fondato su titolo non controverso o facilmente accertabile, il giudice adito rimette la decisione su entrambi i crediti al giudice competente ai sensi dell’art. 34 c.p.c., cui fa riferimento l’ultimo comma dell’art. 35 c.p.c.

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In via di estrema sintesi, le Sezioni Unite hanno rilevato che tanto l’articolo 1243, comma 2, c.c., quanto l’articolo 35 c.p.c. attribuiscono al giudice davanti al quale vengono fatti valere entrambi i crediti il potere di decidere, mentre le suddette norme non operano mai quando il controcredito eccepito in compensazione sia oggetto di accertamento in ordine alla sua stessa esistenza davanti ad un giudice diverso.

In via consequenziale cade, secondo le SS.UU., anche l’argomentazione sostenuta dalla sentenza n. 23573/2013 secondo cui l’interpretazione consolidata darebbe luogo ad un’ingiustificata ed irragionevole disparità di trattamento.

Con maggiore impegno esplicativo, le Sezioni Unite 23225/2016 hanno chiarito che neanche nel caso in cui il giudice adito sia competente a conoscere sia del credito fatto valere in via principale, sia di quello contestato può avere luogo la compensazione giudiziale, allora non è alcuna disparità di trattamento.

Se in nessun caso è ammesso il potere del giudice di dichiarare estinti i crediti per compensazione – sia che egli sia deputato a conoscere anche di quello opposto e contestato, sia che egli non lo sia – allora viene meno qualsiasi disparità di trattamento, perché entrambe le ipotesi vengono trattate allo stesso modo.

Le Sezioni Unite hanno ulteriormente sconfessato la soluzione proposta dalla Terza Sezione nel 2013, evidenziando che nessuna norma applicabile in via analogica ammette che la causa in cui venga pronunciata condanna con riserva possa essere rimessa sul ruolo per verificare l’esistenza delle condizioni per la compensazione e poi sospendere ex artt. 295 o 337, comma 2, c.p.c., in attesa che venga definita con sentenza passata in giudicato di un altro giudice sul controcredito.

Senza trascurare, poi, che nell’attuale scenario processuale italiano in forza dell’art. 42 c.p.c. la sospensione del processo è facoltativa nei soli casi tassativamente indicati dalla legge, per cui ammettere che in caso di eccezione di compensazione di un credito sub judice in un diverso giudizio il giudice adito per il credito azionato in via principale possa sospendere il giudizio, vorrebbe dire creare una nuova ipotesi di sospensione facoltativa del processo praeter legem.

Inoltre, il meccanismo teorizzato dalla Terza Sezione della Cassazione nel 2013 porterebbe a violare alcuni principi fondamentali di rango costituzionale, come quello di uguaglianza (art. 3), della tutela giurisdizionale (art. 24), della ragionevole durata del processo (art. 111), attribuendo di fatto, al debitore che eccepisca la compensazione, di paralizzare a tempo indeterminato le pretese del creditore che abbia agito nei suoi confronti.

In conclusione, le Sezioni Unite hanno stabilito che i requisiti che i crediti devono avere affinché possa operare la compensazione sono (oltre alla reciprocità e all’omogeneità) la liquidità, in cui è ricompresa la certezza del credito, e l’esigibilità.

Pertanto la compensazione giudiziale ex art. 1243, comma 2, c.c. può avere luogo nel caso in cui il credito sia certo, ma illiquido, ed il giudice possa quantificarlo nel suo esatto ammontare con un’operazione semplice e celere.

Laddove, invece, risulti controversa l’esistenza stessa del credito eccepito in compensazione, davanti allo stesso giudice adito per la tutela del credito principale o davanti ad un giudice diverso, il giudice non può pronunciare né la compensazione giudiziale, né a maggior ragione quella legale.

 

3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

La sentenza n. 13573 del 2013 della Terza Sezione presentava certamente alcuni profili di assoluto interesse, nel ricercare, in modo per vero apprezzabile, una soluzione di carattere processuale che consentisse al debitore che venga convenuto in un giudizio di condanna, di eccepire il proprio controcredito, ancorché sub judice e, dunque, litigioso.

I pregi di questa pronuncia, che ha costituito per certi versi una vera e propria rivoluzione copernicana nel capitolo delle vicende giurisprudenziali della compensazione del credito litigioso, risiedevano in due aspetti: la volontà di assicurare la realizzazione del simultaneus processus, e quella di realizzare l’effettività della tutela del debitore-creditore convenuto, consentendogli di eccepire la compensazione del proprio credito incerto già nella sua esistenza.

Pur astrattamente apprezzabile per le intenzioni che mirava a perseguire, la sentenza 13573/2013 della Terza Sezione appariva sin dall’inizio inevitabilmente destinata ad imbattersi sul muro non solo della granitica giurisprudenza consolidata, ma anche e soprattutto del reticolo di norme processuali che governano la compensazione.

Sul punto, infatti, le Sezioni Unite hanno evidenziato come l’attuale sistema di norme che regolano il processo civile non consenta alcun ingresso alla possibilità per il debitore eccipiente di far valere la compensazione del credito litigioso (indipendentemente dal fatto che competente sia il giudice adito o un giudice diverso), con meccanismi quali la sospensione del processo o la condanna con riserva.

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Innanzitutto perché l’articolo 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis solo nel caso in cui il credito sia illiquido, ma l’operazione di liquidazione da parte del giudice risulti di facile e pronta liquidazione.

Al di là della collocazione dogmatica del requisito della certezza – autonomo o rientrante nel concetto di “liquidità” – è evidente che non possa aversi alcuna facile e pronta liquidazione quando si renda necessario l’accertamento dell’an del credito, e non invece il suo quantum.  

Già solo il dato letterale dell’articolo 1243, comma secondo, c.c. avrebbe valore assorbente e preclusivo di qualsiasi soluzione o argomento favorevole alla compensabilità tra credito agito e controcredito litigioso opposto.

Le Sezioni Unite, però, hanno superato l’orientamento contrario che si era affacciato in giurisprudenza nel 2013, chiudendo subito la porta a qualsiasi futura interpretazione di segno contrario rispetto a quella offerta dalla giurisprudenza tradizionale.

Infatti, come rilevato dalle SS.UU., al contrario di quanto sostenuto dalla Terza Sezione della Suprema Corte, il disposto dell’art. 35 c.p.c. si limita semplicemente a regolare la competenza per valore tra giudici diversi, evitando che un giudice sfornito del potere di decidere possa pronunciarsi sul credito o sul controcredito opposto in compensazione; tale norma, però, nulla dice in ordine alle vicende della compensazione avente ad oggetto un credito contestato nella sua esistenza.

Inoltre, come acutamente osservato dalle Sezioni Unite Civili, ammettere un meccanismo di sospensione del giudizio in cui è fatto valere il credito in via principale, come ipotizzato dalla Terza Sezione nel 2013, vorrebbe dire introdurre un’ipotesi di sospensione facoltativa del processo, che supera illegittimamente il dato normativo.

Di talchè la compensazione di un credito il cui titolo sia contestato in via giurisdizionale, e la cui esistenza non sia assolutamente certa in virtù di una sentenza che sia passata in giudicato, non può mai avere luogo, sia che venga fatto valere davanti al medesimo giudice competente a conoscerlo, sia che venga attivato davanti ad un giudice diverso.

In questo modo vengono risolti anche eventuali profili di irragionevolezza e di disparità di trattamento, dal momento che la compensabilità del credito litigioso non è mai ammessa, a prescindere dal giudice innanzi al quale venga eccepita la compensazione.

Dal punto di vista più prettamente sostanziale della vicenda, cioè di rispetto dei principi fondamentali costituzionali su cui si fonda l’attuale processo civile, la sentenza n. 23225 del 2016 delle Sezioni Unite appare convincente.

In disparte le solide argomentazioni su cui si fonda, infatti, la scelta di non ammettere la compensabilità del credito sub judice, assicura la ragionevole durata del processo, riducendo sensibilmente i tempi della decisione sul credito azionato in via principale, oltre ad assicurare il diritto di difesa e l’effettività della tutela dell’attore.

A ben vedere, infatti, ammettere la compensazione giudiziale tra credito e controcredito contestato giudizialmente, attraverso lo sbocco della sospensione sistematica del giudizio principale fino alla definizione di quello in cui è fatto valere il credito controverso, oppure mediante la c.d. condanna con riserva, avrebbe significato attribuire, di fatto, il potere al creditore di paralizzare ad libitum la pretesa del creditore, ritardandola sensibilmente.

La tesi accolta dalle Sezioni Unite Civili riduce sensibilmente gli spazi di tutela del convenuto eccipiente la compensazione del credito litigioso: questi, infatti, non potrà mai ottenere in questi casi una pronuncia del giudice che dichiari l’estinzione reciproca delle pretese creditorie.

Tuttavia la soluzione delle SS.UU. appare a chi scrive perfettamente ragionevole per tre ragioni.

La prima sta nel fatto che - come da sempre statuito dalla giurisprudenza civile - laddove la contestazione da parte dell’attore circa l’esistenza del titolo su cui si basa la pretesa del convenuto sia meramente strumentale, pretestuosa o dilatoria, il credito eccepito in compensazione dovrà essere considerato certo.

Vale a dire che quando il convenuto potrebbe essere pregiudicato da un atteggiamento scorretto dell’attore nei suoi confronti, il giudice, valutata prima facie la fondatezza della contestazione circa la sussistenza del credito dell’eccipiente, ben potrà emanare una pronuncia costitutiva che estingua i reciproci crediti per le quantità concorrenti.

La seconda ragione della correttezza del dictum delle SS.UU. è da ravvisarsi nella circostanza che essa non sacrifica oltremodo le pretese e la tutela del debitore che eccepisca la compensazione del credito litigioso.

Questi, infatti, ben potrà vedere accertato il proprio diritto di credito in un altro giudizio e, quindi, far valere poi l’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’attore che abbia già ottenuto quanto di sua spettanza in un separato giudizio.

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Da questo punto di vista, però, è evidente come risulti significativamente ristretto l’ambito applicativo della compensazione giudiziale e, soprattutto, la finalità di salvaguardia della garanzia dell’adempimento nei confronti del creditore eccipiente.

Poiché il giudice deve rigettare l’eccezione di compensazione con cui il convenuto faccia valere un controcredito incerto nell’an contro il creditore-attore, allora il primo potrà essere condannato ad adempiere nei confronti di quest’ultimo, senza possibilità di vedere riconosciute e tutelate, illico et immediate, le proprie ragioni di credito.

Questa soluzione, però, appare essenzialmente corretta, specialmente tenuto conto della ratio di autotutela ispiratrice dell’istituto della compensazione, cioè di evitare che il debitore che sia al contempo creditore debba adempiere senza certezza di conseguire quanto di sua spettanza.

Infatti, nel caso di credito eccepito in compensazione incerto già nella sua stessa esistenza, non vi è la necessità, che informa la compensazione, di garantire la soddisfazione delle ragioni dell’eccipiente, dal momento che non è noto neanche se quest’ultimo rivesta la qualifica di creditore oppure no.

____________________

[1] Ex multis Cass. Civ. sent. n. 620 del 1970; Cass. Civ., sent. n. 6820 del 2002; Cass. Civ., sent. n. 25272 del 2010; Cass. Civ., sent. n. 8338 del 2011; Cass. Civ., sent. n. 16844 del 2012.

[2] La certezza dell’esistenza del credito finiva così per rientrare nel concetto di “liquidità”, affiancandosi agli ulteriori requisiti legali per l’operatività del meccanismo compensativo, ovvero la reciprocità, l’omogeneità e l’esigibilità dei crediti.

[3] Il giudicato è qui inteso in senso formale ai sensi dell’art. 324 cpc, cioè , vale a dire come provvedimento insuscettibile di essere impugnato per decorso dei termini legali per proporre gravame oppure perché le eventuali impugnazioni sono state rigettate in sede di appello e di legittimità.

[4] P.SCHLESINGER, Compensazione (Voce), in Noviss. dig. it., UTET, Torino, 1957, III, p. 729.

[5] Tale norma secondo la Terza Sezione della Suprema Corte l’art. 35 c.p.c. rappresenterebbe un’autentica “valvola di sfogo” del sistema, che conse


Le sezioni unite e la compensazione

Nota a Cass. Civ., SS.UU., Sentenza n. 23225 del 15/11/2016, Pres. G. Canzio, Rel. M.M. Chiarini.

 

Sommario 1. Il contrasto interpretativo.  2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

 

1. Il contrasto interpretativo.

Fino al 2013 la giurisprudenza civile era unanime nel considerare il credito contestato, non già nel quantum, bensì circa l’esistenza del titolo, non suscettibile di compensazione giudiziale.

Quest’orientamento granitico[1] della Suprema Corte si fondava sull’argomentazione per cui la certezza dell’esistenza del credito che viene eccepito in compensazione costituirebbe un requisito essenziale ai fini della compensazione LsMaglia Corsa Nero Miler Df argento Uomo Nike Da wXiOlPkZuTope iudicis ex art. 1243, comma 2, c.c[2].

L’incertezza già nell’an del controcredito opposto implicherebbe dunque l’assenza del carattere, legalmente richiesto per l’operatività della compensazione, della liquidità della pretesa creditoria fatta valere in via di eccezione.

Di talché laddove il controcredito fosse oggetto di contestazione in ordine all’esistenza del titolo su cui si fonda, la liquidità del credito opposto si connoterebbe per essere provvisoria e, come tale, caratterizzata da un’elevata incertezza. Infatti, ben potrebbe il credito essere accertato come esistente in un altro giudizio rispetto a quello in cui è eccepito; ma potrebbe anche accadere che in sede di appello venga ribaltata la statuizione di primo grado che ne abbia accertata l’esistenza, facendo venire meno la pretesa creditoria attivata in altro procedimento.

Secondo questo filone interpretativo la compensazione giudiziale in questo caso non potrebbe fondarsi neanche attraverso il viatico degli articoli 295 e 337, comma secondo, del codice di rito, che ammette la sospensione del giudizio in determinati casi tassativi.

Infatti, secondo la giurisprudenza dominante la sospensione di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c. non sarebbe identificabile con quella di cui all’art. 295 c.p.c., poiché la prima consisterebbe un’ipotesi speciale, in cui il giudice si limita essenzialmente a ritardare la decisione sul credito azionato con la domanda in via principale, qualora il credito eccepito in compensazione sia di facile e pronta liquidazione.

In altri termini, mentre nell’art. 1243, comma 2, c.c., credito e controcredito vengono fatti valere innanzi al medesimo giudice, l’art. 295 c.p.c. postula l’esistenza di procedimenti giudiziari separati, pendenti innanzi a giudici diversi.

L’esistenza di una contestazione giurisdizionale circa l’esistenza stessa del credito opposto in compensazione in un separato giudizio costituirebbe dunque ragione assolutamente ostativa all’applicazione del meccanismo reciprocamente estintivo delle obbligazioni di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c.

In tempi recenti la Terza Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza n. 23573 del 17 ottobre 2013 è però intervenuta ad aprire una breccia nel muro della consolidata interpretazione giurisprudenziale, ammettendo per la prima volta la compensabilità del credito litigioso, sub judice in un separato e diverso giudizio, la cui esistenza non sia stata ancora accertata con un provvedimento giurisdizionale avente il crisma del giudicato[3].

Questa pronuncia, a carattere fortemente innovativo e, per certi versi rivoluzionario, ha preso le mosse dalle obiezioni dottrinali[4] circa l’effettiva necessità del requisito della certezza processuale del credito per l’operatività del modo di estinzione dell’obbligazione a carattere satisfattorio della compensazione.

Ed in particolare, la Terza Sezione della Suprema Corte ha ritenuto che ciò che rileva ai fini della compensabilità di un credito sono solo ed esclusivamente i requisiti legalmente previsti dall’art. 1243 c.c.: la reciprocità, l’omogeneità e la liquidità.

La certezza dell’esistenza del credito sarebbe invece collocata su un piano puramente processuale, come tale inidonea ad incidere, in senso preclusivo, sull’operatività dell’istituto della compensazione giudiziale.

Per la sentenza n. 23573 del 2013 “l’accertamento sotteso alla cosa giudicata in punto di certezza, cioè di incontestabilità del controcredito per essere definitivamente acclarata l’esistenza della sua fattispecie costitutiva, non aveva alcun rilievo ai fini dell’individuazione della coesistenza dei due crediti: tale consistenza, infatti, si correlava alla contemporanea operatività della fattispecie costitutiva dei due crediti a livello sostanziale, mentre l’accertamento giudiziale di ognuna di esse non aveva alcuna incidenza ai fini di detta operatività”.

La Terza Sezione ha poi argomentato circa la compensabilità del credito sub judice attraverso l’applicazione analogica dell’art. 35 c.p.c.[5]Colore Pulsante Sottile Solido Cappuccio Stile Con Kindoyo GiletSmanicato 10 Disegno l1TKJF3c a tale fattispecie. Tale norma, infatti, prevede che nel caso in cui venga sollevata eccezione di compensazione di un credito che ecceda la competenza per valore giudice adito, e questo sia fatto oggetto di contestazione da parte dell’attore, il giudice può comunque decidere sul credito azionato in via principale, rimettendo al giudice competente per la decisione della porzione non di sua competenza.

Secondo la “nuova” interpretazione in punto di compensazione giudiziale del credito la cui esistenza sia giudizialmente contestata, dunque, anche il diritto processuale contemplerebbe disposizioni, come gli articoli 35, 275 e 337, comma secondo, in grado di risolvere eventuali problemi di coordinamento che potrebbero sorgere in sede processuale.

Del resto, proseguiva la Terza Sezione della Cassazione Civile, l’orientamento consolidato andrebbe superato, poiché si risolverebbe in un’irragionevole disciplina processuale gravemente lesiva del diritto di difesa di cui l’art. 24 della Costituzione sancisce l’inviolabilità, impedendo al convenuto di far valere mediante eccezione un credito nei confronti dell’attore, solo perché contestato.

Ciò, peraltro, condurrebbe all’ulteriore profilo di irragionevolezza, sostanziale, perché si finirebbe per trattare in modo sperequato ipotesi identiche, con violazione anche al canone della ragionevolezza di ex art. 3 Cost. A ben vedere, infatti, argomentava la Terza Sezione, seguendo l’interpretazione dominante in giustizia civile, si finirebbe per ammettere la compensabilità del credito contestato nel caso in cui questo debba essere accertato dal medesimo giudice adito per il credito azionato in via principale dall’attore, ed escluderla invece qualora l’esistenza del controcredito opposto debba essere accertata in un giudizio separato, davanti ad un giudice diverso[6].

Rilevata quindi l’esistenza di un contrasto ermeneutico sulla compensabilità giudiziale del credito sub judice, la Terza Sezione della Cassazione Civile con ordinanza n. 18001 dell’11 settembre 2015 ha rimesso la questione alle Sezioni Unite affinché queste, nell’esercizio della loro prerogativa nomofilattica, risolvessero il conflitto interpretativo ed assicurassero la certezza del diritto.

 

2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 

Le Sezioni Unite sono così intervenute con la sentenza n. 23225 del 15 novembre 2016, confermando con un robusto impianto motivazionale la tesi tradizionale e dominante dell’inammissibilità della compensazione giudiziale del credito contestato.

La Suprema Corte nella sua composizione allargata ha preso le mosse del proprio iter argomentativo dalla perimetrazione dei requisiti della liquidità e della certezza.

Per “credito liquido” ex art. 1243 c.c. deve intendersi il credito determinato nell’ammontare in base al titolo; ciò si desume anche dall’ordito normativo contenuto sia nel codice civile che in quello di procedura civile.

Così, ad esempio, l’art. 1208, n° 3, c.c. in materia di requisiti di validità dell’offerta reale del debitore prevede che questi debba depositare una somma per le spese “liquide” ed un’altra per quelle “non liquide”, mentre l’art. 1282 c.c. in punto di obbligazioni pecuniarie sancisce che i crediti liquidi – ed esigibili – sono produttivi di interessi. Sul versante processuale, l’art. 633 c.p.c. richiede quale condizione per l’ammissibilità del decreto ingiuntivo l’esistenza di un credito di una somma liquida di denaro.

“Liquidità”, dunque, vuol dire certezza in ordine al quantum del credito.

Il requisito della certezza del credito, mai menzionato da alcuna norma di diritto sostanziale in materia di compensazione, riguarda non l’ambito oggettuale dell’obbligazione, bensì il titolo costitutivo del credito, cioè la fonte da cui questo scaturisce.

“Certezza” del credito sta quindi a significare non contestazione circa l’esistenza del titolo costitutivo del credito eccepito in compensazione.

Dalla differenza tra liquidità e certezza deriva che mentre la compensazione giudiziale ben può essere ammessa in caso di contestazione che riguardi il quantum debeaturbalcri Adidas CampusScarpe Fitness Da Verdevertac ftwbla Uomo rxhdtsQC, ammettendola il secondo comma dell’art. 1243 c.c., la contestazione relativa al titolo, cioè riguardante l’an debeatur, preclude la possibilità di qualsiasi compensazione.

La contestazione circa l’esistenza stessa del credito, infatti, intacca i requisiti legalmente indefettibili della liquidità e dell’esigibilità del credito, che assumono il carattere della temporaneità, minando fortemente la certezza della vicenda estintiva mediante compensazione.

Ne consegue che, tenuto conto dello scopo della compensazione, che è quella dell’estinzione satisfattoria[7] e reciproca[8] delle pretese creditorie, questa non possa avere luogo laddove uno dei crediti risulti contestato, ovvero sub judice.

In linea con la ratio della compensazione, che è quella di estinguere le reciproche pretese uno actu, evitando per ragioni di economicità diversi spostamenti patrimoniali[9], nonché quella di mezzo di difesa per evitare che il debitore-creditore eccipiente debba adempiere subito senza certezza di poter poi ottenere quanto di sua spettanza[10], la giurisprudenza ha dunque identificato i caratteri della liquidità e della certezza.

Non si ammette, dunque, la compensazione laddove il titolo di credito non sia incontrovertibile, come nel caso in cui possa essere modificato mediante impugnazioni non solo nel suo ammontare, ma più a monte nella sua stessa sussistenza.

La giurisprudenza ha così accolto una nozione di “liquidità sostanziale” del credito in cui confluiscono la certezza in ordine all’ammontare del credito ed all’esistenza dello stesso, cui si è affiancata una “liquidità processuale”, cristallizzata in una pronuncia giurisdizionale irrevocabile, che non sussiste se il creditore principale contesta o potrebbe contestare, non pretestuosamente, nell’an e/o nel quantum il titolo che accerta il controcredito.

Il credito, dunque, per poter essere eccepito in compensazione deve essere certus nell’an, nel quid, nel quale e nel quantum debeatur.

Del resto, la locuzione contenuta nel secondo comma dell’art. 1243 c.c. per cui “se il debito opposto in compensazione...è di facile e pronta liquidazione...” è stata interpretata in senso restrittivo, per cui sussiste la facile e pronta liquidabilità solo allorquando il giudice possa quantificare esattamente il controcredito mediante una mera operazione aritmetica (es. calcolo degli interessi).

Dunque, sulla base di un ragionamento sillogistico, la giurisprudenza dominante ha escluso la compensazione giudiziale del credito litigioso.

La premessa maggiore di tale ragionamento è che la liquidità ingloba al suo interno anche la certezza – sostanziale e processuale – dell’esistenza del credito, quella minore che il credito sub judice non è certo.

Se il credito non è certo, allora esso non è né liquido né di facile e pronta liquidazione e, come tale, non può portare alla reciproca estinzione dei crediti.

Pertanto, qualora l’accertamento del credito opposto in compensazione penda innanzi al giudice diverso da quello davanti al quale è fatto valere il credito in via principale, è il primo che deve liquidarlo. Il giudice dell’eccezione di compensazione non può mai sospendere il giudizio sul credito principale ai sensi dell’art. 295 e 337, comma 2, c.p.c., qualora nel giudizio avente ad oggetto il credito eccepito in compensazione sia stata emessa sentenza non passata in giudicato, ma deve dichiarare l’insussistenza dei presupposti per l’elisione del credito azionato dall’attore e rigettare l’eccezione della compensazione.

Infatti, l’eccezione di compensazione non integra un presupposto di tipo logico-giuridico per l’accertamento del credito principale, e pertanto non deve darsi luogo a sospensione del giudizio in cui viene eccepito il credito litigioso, poiché una siffatta soluzione comporterebbe un sacrificio ingiustificato delle ragioni di tutela del creditore che abbia agito in via principale per ottenere la condanna del debitore.

Diversamente opinando, infatti, si consentirebbe al debitore che eccepisca la compensazione di un credito contestato di procrastinare sine die la definizione del giudizio in cui è convenuto.

Le Sezioni Unite con la sentenza n. 23225 del 2016, oltre a confermare integralmente l’orientamento tradizionale, ribadendo le suesposte motivazioni, hanno altresì confutato la tesi, propugnata dalla Terza Sezione della Suprema Corte con la sentenza n. 23573 del 2013.

Le SS.UU. hanno in particolare escluso l’applicabilità dell’articolo 35 c.p.c. alla fattispecie controversa della compensazione del credito sub judice.Da Giacca Marikoo Invernale Amber 10 Nero Trapuntata Donna Colori xxl Xs 8n0wNm

Per le Sezioni Unite, infatti, i piani della suddetta norma, che riguarda la competenza, e dell’articolo 1243, comma 2, c.c., che individua i presupposti di applicabilità della compensazione giudiziale, non si intersecano.

Infatti, mentre il secondo comma dell’art. 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis tra i reciproci crediti solo ove la liquidazione sia facile e pronta per il giudice, l’art. 35 c.p.c. disciplina vicende marcatamente processuali attinenti alla competenza per valore, non incidendo in alcun modo sul regime sostanziale della compensazione.

Per le SS.UU. neanche l’art. 40 c.p.c. sulla modificazione della competenza per ragioni di connessione, invocata dalla sentenza n. 23573/2013 della Terza Sezione della Cassazione Civile può giustificare i meccanismi della sospensione del giudizio sulla compensazione per l’accertamento del credito opposto ed oggetto di accertamento in un separato giudizio (davanti al medesimo ufficio giudiziario) e della condanna con riserva (in caso di giudizi pendenti davanti a diversi uffici giudiziari).

In senso ostativo all’utilizzabilità degli articoli 34, 35, 40, 275 e 337, comma 2, c.p.c. rispetto all’ipotesi in esame vi sono poi altri due argomenti.

Il primo risiede nel principio immanente, sancito dall’art. 1243, comma 2, c.c., per cui la compensazione giudiziale può avere luogo solo quando il giudice adito per la tutela del credito principale sia competente anche per il controcredito opposto in compensazione. 

Inoltre, considerato che il giudice non può emettere una sentenza costitutiva con cui estingue i reciproci crediti laddove quello opposto in compensazione non sia di facile e pronta liquidazione, la compensazione giudiziale non può a fortiori avere luogo laddove sia incerta l’esistenza stessa del credito, poiché ne è contestato il titolo costitutivo.

Il secondo motivo che depone in senso contrario all’applicabilità dei meccanismi processuali invocati dalla sentenza 23573/2016 sta nel fatto che l’articolo 1243, comma secondo, c.c. non contrasta con il disposto dell’art. 35 c.p.c. ma, a ben vedere, ne costituisce conferma.

L’art. 35 c.p.c., infatti, stabilisce che quando il giudice non è competente per valore sul controcredito eccepito in compensazione, ed il credito principale è fondato su un titolo non controverso, o comunque facilmente accertabile, decide subito su di esso, ma non sospende in alcun modo la decisione, né in forza dell’art. 295, né tantomeno dell’art. 337, comma 2, c.p.c., poiché rimette la causa al giudice “superiore” solo per la porzione del credito che eccede la sua competenza

Qualora invece neanche il credito principale risulti fondato su titolo non controverso o facilmente accertabile, il giudice adito rimette la decisione su entrambi i crediti al giudice competente ai sensi dell’art. 34 c.p.c., cui fa riferimento l’ultimo comma dell’art. 35 c.p.c.

In via di estrema sintesi, le Sezioni Unite hanno rilevato che tanto l’articolo 1243, comma 2, c.c., quanto l’articolo 35 c.p.c. attribuiscono al giudice davanti al quale vengono fatti valere entrambi i crediti il potere di decidere, mentre le suddette norme non operano mai quando il controcredito eccepito in compensazione sia oggetto di accertamento in ordine alla sua stessa esistenza davanti ad un giudice diverso.

In via consequenziale cade, secondo le SS.UU., anche l’argomentazione sostenuta dalla sentenza n. 23573/2013 secondo cui l’interpretazione consolidata darebbe luogo ad un’ingiustificata ed irragionevole disparità di trattamento.

Con maggiore impegno esplicativo, le Sezioni Unite 23225/2016 hanno chiarito che neanche nel caso in cui il giudice adito sia competente a conoscere sia del credito fatto valere in via principale, sia di quello contestato può avere luogo la compensazione giudiziale, allora non è alcuna disparità di trattamento.

Se in nessun caso è ammesso il potere del giudice di dichiarare estinti i crediti per compensazione – sia che egli sia deputato a conoscere anche di quello opposto e contestato, sia che egli non lo sia – allora viene meno qualsiasi disparità di trattamento, perché entrambe le ipotesi vengono trattate allo stesso modo.

Le Sezioni Unite hanno ulteriormente sconfessato la soluzione proposta dalla Terza Sezione nel 2013, evidenziando che nessuna norma applicabile in via analogica ammette che la causa in cui venga pronunciata condanna con riserva possa essere rimessa sul ruolo per verificare l’esistenza delle condizioni per la compensazione e poi sospendere ex artt. 295 o 337, comma 2, c.p.c., in attesa che venga definita con sentenza passata in giudicato di un altro giudice sul controcredito.

Senza trascurare, poi, che nell’attuale scenario processuale italiano in forza dell’art. 42 c.p.c. la sospensione del processo è facoltativa nei soli casi tassativamente indicati dalla legge, per cui ammettere che in caso di eccezione di compensazione di un credito balcri Adidas CampusScarpe Fitness Da Verdevertac ftwbla Uomo rxhdtsQCsub judice in un diverso giudizio il giudice adito per il credito azionato in via principale possa sospendere il giudizio, vorrebbe dire creare una nuova ipotesi di sospensione facoltativa del processo praeter legem.

Inoltre, il meccanismo teorizzato dalla Terza Sezione della Cassazione nel 2013 porterebbe a violare alcuni principi fondamentali di rango costituzionale, come quello di uguaglianza (art. 3), della tutela giurisdizionale (art. 24), della ragionevole durata del processo (art. 111), attribuendo di fatto, al debitore che eccepisca la compensazione, di paralizzare a tempo indeterminato le pretese del creditore che abbia agito nei suoi confronti.

In conclusione, le Sezioni Unite hanno stabilito che i requisiti che i crediti devono avere affinché possa operare la compensazione sono (oltre alla reciprocità e all’omogeneità) la liquidità, in cui è ricompresa la certezza del credito, e l’esigibilità.

Pertanto la compensazione giudiziale ex art. 1243, comma 2, c.c. può avere luogo nel caso in cui il credito sia certo, ma illiquido, ed il giudice possa quantificarlo nel suo esatto ammontare con un’operazione semplice e celere.

Laddove, invece, risulti controversa l’esistenza stessa del credito eccepito in compensazione, davanti allo stesso giudice adito per la tutela del credito principale o davanti ad un giudice diverso, il giudice non può pronunciare né la compensazione giudiziale, né a maggior ragione quella legale.

 

3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

La sentenza n. 13573 del 2013 della Terza Sezione presentava certamente alcuni profili di assoluto interesse, nel ricercare, in modo per vero apprezzabile, una soluzione di carattere processuale che consentisse al debitore che venga convenuto in un giudizio di condanna, di eccepire il proprio controcredito, ancorché sub judice e, dunque, litigioso.

I pregi di questa pronuncia, che ha costituito per certi versi una vera e propria rivoluzione copernicana nel capitolo delle vicende giurisprudenziali della compensazione del credito litigioso, risiedevano in due aspetti: la volontà di assicurare la realizzazione del simultaneus processus, e quella di realizzare l’effettività della tutela del debitore-creditore convenuto, consentendogli di eccepire la compensazione del proprio credito incerto già nella sua esistenza.

Pur astrattamente apprezzabile per le intenzioni che mirava a perseguire, la sentenza 13573/2013 della Terza Sezione appariva sin dall’inizio inevitabilmente destinata ad imbattersi sul muro non solo della granitica giurisprudenza consolidata, ma anche e soprattutto del reticolo di norme processuali che governano la compensazione.

Sul punto, infatti, le Sezioni Unite hanno evidenziato come l’attuale sistema di norme che regolano il processo civile non consenta alcun ingresso alla possibilità per il debitore eccipiente di far valere la compensazione del credito litigioso (indipendentemente dal fatto che competente sia il giudice adito o un giudice diverso), con meccanismi quali la sospensione del processo o la condanna con riserva.

Innanzitutto perché l’articolo 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis solo nel caso in cui il credito sia illiquido, ma l’operazione di liquidazione da parte del giudice risulti di facile e pronta liquidazione.

Al di là della collocazione dogmatica del requisito della certezza – autonomo o rientrante nel concetto di “liquidità” – è evidente che non possa aversi alcuna facile e pronta liquidazione quando si renda necessario l’accertamento dell’an del credito, e non invece il suo quantum.  

Già solo il dato letterale dell’articolo 1243, comma secondo, c.c. avrebbe valore assorbente e preclusivo di qualsiasi soluzione o argomento favorevole alla compensabilità tra credito agito e controcredito litigioso opposto.

Le Sezioni Unite, però, hanno superato l’orientamento contrario che si era affacciato in giurisprudenza nel 2013, chiudendo subito la porta a qualsiasi futura interpretazione di segno contrario rispetto a quella offerta dalla giurisprudenza tradizionale.

Infatti, come rilevato dalle SS.UU., al contrario di quanto sostenuto dalla Terza Sezione della Suprema Corte, il disposto dell’art. 35 c.p.c. si limita semplicemente a regolare la competenza per valore tra giudici diversi, evitando che un giudice sfornito del potere di decidere possa pronunciarsi sul credito o sul controcredito opposto in compensazione; tale norma, però, nulla dice in ordine alle vicende della compensazione avente ad oggetto un credito contestato nella sua esistenza.

Inoltre, come acutamente osservato dalle Sezioni Unite Civili, ammettere un meccanismo di sospensione del giudizio in cui è fatto valere il credito in via principale, come ipotizzato dalla Terza Sezione nel 2013, vorrebbe dire introdurre un’ipotesi di sospensione facoltativa del processo, che supera illegittimamente il dato normativo.

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Di talchè la compensazione di un credito il cui titolo sia contestato in via giurisdizionale, e la cui esistenza non sia assolutamente certa in virtù di una sentenza che sia passata in giudicato, non può mai avere luogo, sia che venga fatto valere davanti al medesimo giudice competente a conoscerlo, sia che venga attivato davanti ad un giudice diverso.

In questo modo vengono risolti anche eventuali profili di irragionevolezza e di disparità di trattamento, dal momento che la compensabilità del credito litigioso non è mai ammessa, a prescindere dal giudice innanzi al quale venga eccepita la compensazione.

Dal punto di vista più prettamente sostanziale della vicenda, cioè di rispetto dei principi fondamentali costituzionali su cui si fonda l’attuale processo civile, la sentenza n. 23225 del 2016 delle Sezioni Unite appare convincente.

In disparte le solide argomentazioni su cui si fonda, infatti, la scelta di non ammettere la compensabilità del credito sub judice, assicura la ragionevole durata del processo, riducendo sensibilmente i tempi della decisione sul credito azionato in via principale, oltre ad assicurare il diritto di difesa e l’effettività della tutela dell’attore.

A ben vedere, infatti, ammettere la compensazione giudiziale tra credito e controcredito contestato giudizialmente, attraverso lo sbocco della sospensione sistematica del giudizio principale fino alla definizione di quello in cui è fatto valere il credito controverso, oppure mediante la c.d. condanna con riserva, avrebbe significato attribuire, di fatto, il potere al creditore di paralizzare ad libitum la pretesa del creditore, ritardandola sensibilmente.

La tesi accolta dalle Sezioni Unite Civili riduce sensibilmente gli spazi di tutela del convenuto eccipiente la compensazione del credito litigioso: questi, infatti, non potrà mai ottenere in questi casi una pronuncia del giudice che dichiari l’estinzione reciproca delle pretese creditorie.

Tuttavia la soluzione delle SS.UU. appare a chi scrive perfettamente ragionevole per tre ragioni.

La prima sta nel fatto che - come da sempre statuito dalla giurisprudenza civile - laddove la contestazione da parte dell’attore circa l’esistenza del titolo su cui si basa la pretesa del convenuto sia meramente strumentale, pretestuosa o dilatoria, il credito eccepito in compensazione dovrà essere considerato certo.

Vale a dire che quando il convenuto potrebbe essere pregiudicato da un atteggiamento scorretto dell’attore nei suoi confronti, il giudice, valutata prima facie la fondatezza della contestazione circa la sussistenza del credito dell’eccipiente, ben potrà emanare una pronuncia costitutiva che estingua i reciproci crediti per le quantità concorrenti.

La seconda ragione della correttezza del dictum delle SS.UU. è da ravvisarsi nella circostanza che essa non sacrifica oltremodo le pretese e la tutela del debitore che eccepisca la compensazione del credito litigioso.

Questi, infatti, ben potrà vedere accertato il proprio diritto di credito in un altro giudizio e, quindi, far valere poi l’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’attore che abbia già ottenuto quanto di sua spettanza in un separato giudizio.

Da questo punto di vista, però, è evidente come risulti significativamente ristretto l’ambito applicativo della compensazione giudiziale e, soprattutto, la finalità di salvaguardia della garanzia dell’adempimento nei confronti del creditore eccipiente.

Poiché il giudice deve rigettare l’eccezione di compensazione con cui il convenuto faccia valere un controcredito incerto nell’an contro il creditore-attore, allora il primo potrà essere condannato ad adempiere nei confronti di quest’ultimo, senza possibilità di vedere riconosciute e tutelate, illico et immediate, le proprie ragioni di credito.

Questa soluzione, però, appare essenzialmente corretta, specialmente tenuto conto della ratio di autotutela ispiratrice dell’istituto della compensazione, cioè di evitare che il debitore che sia al contempo creditore debba adempiere senza certezza di conseguire quanto di sua spettanza.

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Infatti, nel caso di credito eccepito in compensazione incerto già nella sua stessa esistenza, non vi è la necessità, che informa la compensazione, di garantire la soddisfazione delle ragioni dell’eccipiente, dal momento che non è noto neanche se quest’ultimo rivesta la qualifica di creditore oppure no.

____________________

[1] Ex multis Cass. Civ. sent. n. 620 del 1970; Cass. Civ., sent. n. 6820 del 2002; Cass. Civ., sent. n. 25272 del 2010; Cass. Civ., sent. n. 8338 del 2011; Cass. Civ., sent. n. 16844 del 2012.

[2] La certezza dell’esistenza del credito finiva così per rientrare nel concetto di “liquidità”, affiancandosi agli ulteriori requisiti legali per l’operatività del meccanismo compensativo, ovvero la reciprocità, l’omogeneità e l’esigibilità dei crediti.

[3] Il giudicato è qui inteso in senso formale ai sensi dell’art. 324 cpc, cioè , vale a dire come provvedimento insuscettibile di essere impugnato per decorso dei termini legali per proporre gravame oppure perché le eventuali impugnazioni sono state rigettate in sede di appello e di legittimità.

[4] P.SCHLESINGER, Compensazione (Voce), in Noviss. dig. it., UTET, Torino, 1957, III, p. 729.

[5] Tale norma secondo la Terza Sezione della Suprema Corte l’art. 35 c.p.c. rappresenterebbe un’autentica “valvola di sfogo” del sistema, che conse

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Le sezioni unite e la compensazione

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Nota a Cass. Civ., SS.UU., Sentenza n. 23225 del 15/11/2016, Pres. G. Canzio, Rel. M.M. Chiarini.

 

Sommario 1. Il contrasto interpretativo.  2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

 

1. Il contrasto interpretativo.

Fino al 2013 la giurisprudenza civile era unanime nel considerare il credito contestato, non già nel quantum, bensì circa l’esistenza del titolo, non suscettibile di compensazione giudiziale.

Quest’orientamento granitico[1] della Suprema Corte si fondava sull’argomentazione per cui la certezza dell’esistenza del credito che viene eccepito in compensazione costituirebbe un requisito essenziale ai fini della compensazione ope iudicis ex art. 1243, comma 2, c.c[2].

L’incertezza già nell’an del controcredito opposto implicherebbe dunque l’assenza del carattere, legalmente richiesto per l’operatività della compensazione, della liquidità della pretesa creditoria fatta valere in via di eccezione.

Di talché laddove il controcredito fosse oggetto di contestazione in ordine all’esistenza del titolo su cui si fonda, la liquidità del credito opposto si connoterebbe per essere provvisoria e, come tale, caratterizzata da un’elevata incertezza. Infatti, ben potrebbe il credito essere accertato come esistente in un altro giudizio rispetto a quello in cui è eccepito; ma potrebbe anche accadere che in sede di appello venga ribaltata la statuizione di primo grado che ne abbia accertata l’esistenza, facendo venire meno la pretesa creditoria attivata in altro procedimento.

Secondo questo filone interpretativo la compensazione giudiziale in questo caso non potrebbe fondarsi neanche attraverso il viatico degli articoli 295 e 337, comma secondo, del codice di rito, che ammette la sospensione del giudizio in determinati casi tassativi.

Infatti, secondo la giurisprudenza dominante la sospensione di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c. non sarebbe identificabile con quella di cui all’art. 295 c.p.c., poiché la prima consisterebbe un’ipotesi speciale, in cui il giudice si limita essenzialmente a ritardare la decisione sul credito azionato con la domanda in via principale, qualora il credito eccepito in compensazione sia di facile e pronta liquidazione.

In altri termini, mentre nell’art. 1243, comma 2, c.c., credito e controcredito vengono fatti valere innanzi al medesimo giudice, l’art. 295 c.p.c. postula l’esistenza di procedimenti giudiziari separati, pendenti innanzi a giudici diversi.

L’esistenza di una contestazione giurisdizionale circa l’esistenza stessa del credito opposto in compensazione in un separato giudizio costituirebbe dunque ragione assolutamente ostativa all’applicazione del meccanismo reciprocamente estintivo delle obbligazioni di cui al secondo comma dell’art. 1243 c.c.

In tempi recenti la Terza Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza n. 23573 del 17 ottobre 2013 è però intervenuta ad aprire una breccia nel muro della consolidata interpretazione giurisprudenziale, ammettendo per la prima volta la compensabilità del credito litigioso, sub judice balcri Adidas CampusScarpe Fitness Da Verdevertac ftwbla Uomo rxhdtsQCin un separato e diverso giudizio, la cui esistenza non sia stata ancora accertata con un provvedimento giurisdizionale avente il crisma del giudicato[3].

Questa pronuncia, a carattere fortemente innovativo e, per certi versi rivoluzionario, ha preso le mosse dalle obiezioni dottrinali[4] circa l’effettiva necessità del requisito della certezza processuale del credito per l’operatività del modo di estinzione dell’obbligazione a carattere satisfattorio della compensazione.

Ed in particolare, la Terza Sezione della Suprema Corte ha ritenuto che ciò che rileva ai fini della compensabilità di un credito sono solo ed esclusivamente i requisiti legalmente previsti dall’art. 1243 c.c.: la reciprocità, l’omogeneità e la liquidità.

La certezza dell’esistenza del credito sarebbe invece collocata su un piano puramente processuale, come tale inidonea ad incidere, in senso preclusivo, sull’operatività dell’istituto della compensazione giudiziale.

Per la sentenza n. 23573 del 2013 “l’accertamento sotteso alla cosa giudicata in punto di certezza, cioè di incontestabilità del controcredito per essere definitivamente acclarata l’esistenza della sua fattispecie costitutiva, non aveva alcun rilievo ai fini dell’individuazione della coesistenza dei due crediti: tale consistenza, infatti, si correlava alla contemporanea operatività della fattispecie costitutiva dei due crediti a livello sostanziale, mentre l’accertamento giudiziale di ognuna di esse non aveva alcuna incidenza ai fini di detta operatività”.

La Terza Sezione ha poi argomentato circa la compensabilità del credito sub judice attraverso l’applicazione analogica dell’art. 35 c.p.c.[5] a tale fattispecie. Tale norma, infatti, prevede che nel caso in cui venga sollevata eccezione di compensazione di un credito che ecceda la competenza per valore giudice adito, e questo sia fatto oggetto di contestazione da parte dell’attore, il giudice può comunque decidere sul credito azionato in via principale, rimettendo al giudice competente per la decisione della porzione non di sua competenza.

Secondo la “nuova” interpretazione in punto di compensazione giudiziale del credito la cui esistenza sia giudizialmente contestata, dunque, anche il diritto processuale contemplerebbe disposizioni, come gli articoli 35, 275 e 337, comma secondo, in grado di risolvere eventuali problemi di coordinamento che potrebbero sorgere in sede processuale.

Del resto, proseguiva la Terza Sezione della Cassazione Civile, l’orientamento consolidato andrebbe superato, poiché si risolverebbe in un’irragionevole disciplina processuale gravemente lesiva del diritto di difesa di cui l’art. 24 della Costituzione sancisce l’inviolabilità, impedendo al convenuto di far valere mediante eccezione un credito nei confronti dell’attore, solo perché contestato.

Ciò, peraltro, condurrebbe all’ulteriore profilo di irragionevolezza, sostanziale, perché si finirebbe per trattare in modo sperequato ipotesi identiche, con violazione anche al canone della ragionevolezza di ex art. 3 Cost. A ben vedere, infatti, argomentava la Terza Sezione, seguendo l’interpretazione dominante in giustizia civile, si finirebbe per ammettere la compensabilità del credito contestato nel caso in cui questo debba essere accertato dal medesimo giudice adito per il credito azionato in via principale dall’attore, ed escluderla invece qualora l’esistenza del controcredito opposto debba essere accertata in un giudizio separato, davanti ad un giudice diverso[6].

Rilevata quindi l’esistenza di un contrasto ermeneutico sulla compensabilità giudiziale del credito sub judice, la Terza Sezione della Cassazione Civile con ordinanza n. 18001 dell’11 settembre 2015 ha rimesso la questione alle Sezioni Unite affinché queste, nell’esercizio della loro prerogativa nomofilattica, risolvessero il conflitto interpretativo ed assicurassero la certezza del diritto.

 

2. Le Sezioni Unite confermano l’orientamento tradizionale: la compensazione di un credito litigioso è inammissibile. 

Le Sezioni Unite sono così intervenute con la sentenza n. 23225 del 15 novembre 2016, confermando con un robusto impianto motivazionale la tesi tradizionale e dominante dell’inammissibilità della compensazione giudiziale del credito contestato.

La Suprema Corte nella sua composizione allargata ha preso le mosse del proprio iter argomentativo dalla perimetrazione dei requisiti della liquidità e della certezza.

Per “credito liquido” ex art. 1243 c.c. deve intendersi il credito determinato nell’ammontare in base al titolo; ciò si desume anche dall’ordito normativo contenuto sia nel codice civile che in quello di procedura civile.

Così, ad esempio, l’art. 1208, n° 3, c.c. in materia di requisiti di validità dell’offerta reale del debitore prevede che questi debba depositare una somma per le spese “liquide” ed un’altra per quelle “non liquide”, mentre l’art. 1282 c.c. in punto di obbligazioni pecuniarie sancisce che i crediti liquidi – ed esigibili – sono produttivi di interessi. Sul versante processuale, l’art. 633 c.p.c. richiede quale condizione per l’ammissibilità del decreto ingiuntivo l’esistenza di un credito di una somma liquida di denaro.

“Liquidità”, dunque, vuol dire certezza in ordine al quantum del credito.

Il requisito della certezza del credito, mai menzionato da alcuna norma di diritto sostanziale in materia di compensazione, riguarda non l’ambito oggettuale dell’obbligazione, bensì il titolo costitutivo del credito, cioè la fonte da cui questo scaturisce.

“Certezza” del credito sta quindi a significare non contestazione circa l’esistenza del titolo costitutivo del credito eccepito in compensazione.

Dalla differenza tra liquidità e certezza deriva che mentre la compensazione giudiziale ben può essere ammessa in caso di contestazione che riguardi il quantum debeatur, ammettendola il secondo comma dell’art. 1243 c.c., la contestazione relativa al titolo, cioè riguardante l’an debeatur, preclude la possibilità di qualsiasi compensazione.

La contestazione circa l’esistenza stessa del credito, infatti, intacca i requisiti legalmente indefettibili della liquidità e dell’esigibilità del credito, che assumono il carattere della temporaneità, minando fortemente la certezza della vicenda estintiva mediante compensazione.

Ne consegue che, tenuto conto dello scopo della compensazione, che è quella dell’estinzione satisfattoria[7] e reciproca[8] delle pretese creditorie, questa non possa avere luogo laddove uno dei crediti risulti contestato, ovvero sub judice.

In linea con la ratio della compensazione, che è quella di estinguere le reciproche pretese uno actu, evitando per ragioni di economicità diversi spostamenti patrimoniali[9], nonché quella di mezzo di difesa per evitare che il debitore-creditore eccipiente debba adempiere subito senza certezza di poter poi ottenere quanto di sua spettanza[10], la giurisprudenza ha dunque identificato i caratteri della liquidità e della certezza.

Non si ammette, dunque, la compensazione laddove il titolo di credito non sia incontrovertibile, come nel caso in cui possa essere modificato mediante impugnazioni non solo nel suo ammontare, ma più a monte nella sua stessa sussistenza.

La giurisprudenza ha così accolto una nozione di “liquidità sostanziale” del credito in cui confluiscono la certezza in ordine all’ammontare del credito ed all’esistenza dello stesso, cui si è affiancata una “liquidità processuale”, cristallizzata in una pronuncia giurisdizionale irrevocabile, che non sussiste se il creditore principale contesta o potrebbe contestare, non pretestuosamente, nell’an e/o nel quantum il titolo che accerta il controcredito.

Il credito, dunque, per poter essere eccepito in compensazione deve essere certusbalcri Adidas CampusScarpe Fitness Da Verdevertac ftwbla Uomo rxhdtsQC nell’an, nel quid, nel quale e nel quantum debeatur.

Del resto, la locuzione contenuta nel secondo comma dell’art. 1243 c.c. per cui “se il debito opposto in compensazione...è di facile e pronta liquidazione...” è stata interpretata in senso restrittivo, per cui sussiste la facile e pronta liquidabilità solo allorquando il giudice possa quantificare esattamente il controcredito mediante una mera operazione aritmetica (es. calcolo degli interessi).

Dunque, sulla base di un ragionamento sillogistico, la giurisprudenza dominante ha escluso la compensazione giudiziale del credito litigioso.

La premessa maggiore di tale ragionamento è che la liquidità ingloba al suo interno anche la certezza – sostanziale e processuale – dell’esistenza del credito, quella minore che il credito sub judice non è certo.

Se il credito non è certo, allora esso non è né liquido né di facile e pronta liquidazione e, come tale, non può portare alla reciproca estinzione dei crediti.

Pertanto, qualora l’accertamento del credito opposto in compensazione penda innanzi al giudice diverso da quello davanti al quale è fatto valere il credito in via principale, è il primo che deve liquidarlo. Il giudice dell’eccezione di compensazione non può mai sospendere il giudizio sul credito principale ai sensi dell’art. 295 e 337, comma 2, c.p.c., qualora nel giudizio avente ad oggetto il credito eccepito in compensazione sia stata emessa sentenza non passata in giudicato, ma deve dichiarare l’insussistenza dei presupposti per l’elisione del credito azionato dall’attore e rigettare l’eccezione della compensazione.

Infatti, l’eccezione di compensazione non integra un presupposto di tipo logico-giuridico per l’accertamento del credito principale, e pertanto non deve darsi luogo a sospensione del giudizio in cui viene eccepito il credito litigioso, poiché una siffatta soluzione comporterebbe un sacrificio ingiustificato delle ragioni di tutela del creditore che abbia agito in via principale per ottenere la condanna del debitore.

Diversamente opinando, infatti, si consentirebbe al debitore che eccepisca la compensazione di un credito contestato di procrastinare sine die la definizione del giudizio in cui è convenuto.

Le Sezioni Unite con la sentenza n. 23225 del 2016, oltre a confermare integralmente l’orientamento tradizionale, ribadendo le suesposte motivazioni, hanno altresì confutato la tesi, propugnata dalla Terza Sezione della Suprema Corte con la sentenza n. 23573 del 2013.

Le SS.UU. hanno in particolare escluso l’applicabilità dell’articolo 35 c.p.c. alla fattispecie controversa della compensazione del credito sub judice.

Per le Sezioni Unite, infatti, i piani della suddetta norma, che riguarda la competenza, e dell’articolo 1243, comma 2, c.c., che individua i presupposti di applicabilità della compensazione giudiziale, non si intersecano.

Infatti, mentre il secondo comma dell’art. 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis tra i reciproci crediti solo ove la liquidazione sia facile e pronta per il giudice, l’art. 35 c.p.c. disciplina vicende marcatamente processuali attinenti alla competenza per valore, non incidendo in alcun modo sul regime sostanziale della compensazione.

Per le SS.UU. neanche l’art. 40 c.p.c. sulla modificazione della competenza per ragioni di connessione, invocata dalla sentenza n. 23573/2013 della Terza Sezione della Cassazione Civile può giustificare i meccanismi della sospensione del giudizio sulla compensazione per l’accertamento del credito opposto ed oggetto di accertamento in un separato giudizio (davanti al medesimo ufficio giudiziario) e della condanna con riserva (in caso di giudizi pendenti davanti a diversi uffici giudiziari).

In senso ostativo all’utilizzabilità degli articoli 34, 35, 40, 275 e 337, comma 2, c.p.c. rispetto all’ipotesi in esame vi sono poi altri due argomenti.

Il primo risiede nel principio immanente, sancito dall’art. 1243, comma 2, c.c., per cui la compensazione giudiziale può avere luogo solo quando il giudice adito per la tutela del credito principale sia competente anche per il controcredito opposto in compensazione. 

Inoltre, considerato che il giudice non può emettere una sentenza costitutiva con cui estingue i reciproci crediti laddove quello opposto in compensazione non sia di facile e pronta liquidazione, la compensazione giudiziale non può a fortiori avere luogo laddove sia incerta l’esistenza stessa del credito, poiché ne è contestato il titolo costitutivo.

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Il secondo motivo che depone in senso contrario all’applicabilità dei meccanismi processuali invocati dalla sentenza 23573/2016 sta nel fatto che l’articolo 1243, comma secondo, c.c. non contrasta con il disposto dell’art. 35 c.p.c. ma, a ben vedere, ne costituisce conferma.

L’art. 35 c.p.c., infatti, stabilisce che quando il giudice non è competente per valore sul controcredito eccepito in compensazione, ed il credito principale è fondato su un titolo non controverso, o comunque facilmente accertabile, decide subito su di esso, ma non sospende in alcun modo la decisione, né in forza dell’art. 295, né tantomeno dell’art. 337, comma 2, c.p.c., poiché rimette la causa al giudice “superiore” solo per la porzione del credito che eccede la sua competenza

Qualora invece neanche il credito principale risulti fondato su titolo non controverso o facilmente accertabile, il giudice adito rimette la decisione su entrambi i crediti al giudice competente ai sensi dell’art. 34 c.p.c., cui fa riferimento l’ultimo comma dell’art. 35 c.p.c.

In via di estrema sintesi, le Sezioni Unite hanno rilevato che tanto l’articolo 1243, comma 2, c.c., quanto l’articolo 35 c.p.c. attribuiscono al giudice davanti al quale vengono fatti valere entrambi i crediti il potere di decidere, mentre le suddette norme non operano mai quando il controcredito eccepito in compensazione sia oggetto di accertamento in ordine alla sua stessa esistenza davanti ad un giudice diverso.

In via consequenziale cade, secondo le SS.UU., anche l’argomentazione sostenuta dalla sentenza n. 23573/2013 secondo cui l’interpretazione consolidata darebbe luogo ad un’ingiustificata ed irragionevole disparità di trattamento.

Con maggiore impegno esplicativo, le Sezioni Unite 23225/2016 hanno chiarito che neanche nel caso in cui il giudice adito sia competente a conoscere sia del credito fatto valere in via principale, sia di quello contestato può avere luogo la compensazione giudiziale, allora non è alcuna disparità di trattamento.

Se in nessun caso è ammesso il potere del giudice di dichiarare estinti i crediti per compensazione – sia che egli sia deputato a conoscere anche di quello opposto e contestato, sia che egli non lo sia – allora viene meno qualsiasi disparità di trattamento, perché entrambe le ipotesi vengono trattate allo stesso modo.

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Le Sezioni Unite hanno ulteriormente sconfessato la soluzione proposta dalla Terza Sezione nel 2013, evidenziando che nessuna norma applicabile in via analogica ammette che la causa in cui venga pronunciata condanna con riserva possa essere rimessa sul ruolo per verificare l’esistenza delle condizioni per la compensazione e poi sospendere ex artt. 295 o 337, comma 2, c.p.c., in attesa che venga definita con sentenza passata in giudicato di un altro giudice sul controcredito.

Senza trascurare, poi, che nell’attuale scenario processuale italiano in forza dell’art. 42 c.p.c. la sospensione del processo è facoltativa nei soli casi tassativamente indicati dalla legge, per cui ammettere che in caso di eccezione di compensazione di un credito sub judice in un diverso giudizio il giudice adito per il credito azionato in via principale possa sospendere il giudizio, vorrebbe dire creare una nuova ipotesi di sospensione facoltativa del processo praeter legem.

Inoltre, il meccanismo teorizzato dalla Terza Sezione della Cassazione nel 2013 porterebbe a violare alcuni principi fondamentali di rango costituzionale, come quello di uguaglianza (art. 3), della tutela giurisdizionale (art. 24), della ragionevole durata del processo (art. 111), attribuendo di fatto, al debitore che eccepisca la compensazione, di paralizzare a tempo indeterminato le pretese del creditore che abbia agito nei suoi confronti.

In conclusione, le Sezioni Unite hanno stabilito che i requisiti che i crediti devono avere affinché possa operare la compensazione sono (oltre alla reciprocità e all’omogeneità) la liquidità, in cui è ricompresa la certezza del credito, e l’esigibilità.

Pertanto la compensazione giudiziale ex art. 1243, comma 2, c.c. può avere luogo nel caso in cui il credito sia certo, ma illiquido, ed il giudice possa quantificarlo nel suo esatto ammontare con un’operazione semplice e celere.

Laddove, invece, risulti controversa l’esistenza stessa del credito eccepito in compensazione, davanti allo stesso giudice adito per la tutela del credito principale o davanti ad un giudice diverso, il giudice non può pronunciare né la compensazione giudiziale, né a maggior ragione quella legale.

 

3. Osservazioni a margine: una scelta convincente delle Sezioni Unite.

La sentenza n. 13573 del 2013 della Terza Sezione presentava certamente alcuni profili di assoluto interesse, nel ricercare, in modo per vero apprezzabile, una soluzione di carattere processuale che consentisse al debitore che venga convenuto in un giudizio di condanna, di eccepire il proprio controcredito, ancorché sub judice e, dunque, litigioso.

I pregi di questa pronuncia, che ha costituito per certi versi una vera e propria rivoluzione copernicana nel capitolo delle vicende giurisprudenziali della compensazione del credito litigioso, risiedevano in due aspetti: la volontà di assicurare la realizzazione del simultaneus processus, e quella di realizzare l’effettività della tutela del debitore-creditore convenuto, consentendogli di eccepire la compensazione del proprio credito incerto già nella sua esistenza.

Pur astrattamente apprezzabile per le intenzioni che mirava a perseguire, la sentenza 13573/2013 della Terza Sezione appariva sin dall’inizio inevitabilmente destinata ad imbattersi sul muro non solo della granitica giurisprudenza consolidata, ma anche e soprattutto del reticolo di norme processuali che governano la compensazione.

Sul punto, infatti, le Sezioni Unite hanno evidenziato come l’attuale sistema di norme che regolano il processo civile non consenta alcun ingresso alla possibilità per il debitore eccipiente di far valere la compensazione del credito litigioso (indipendentemente dal fatto che competente sia il giudice adito o un giudice diverso), con meccanismi quali la sospensione del processo o la condanna con riserva.

Innanzitutto perché l’articolo 1243 c.c. ammette la compensazione ope judicis solo nel caso in cui il credito sia illiquido, ma l’operazione di liquidazione da parte del giudice risulti di facile e pronta liquidazione.

Al di là della collocazione dogmatica del requisito della certezza – autonomo o rientrante nel concetto di “liquidità” – è evidente che non possa aversi alcuna facile e pronta liquidazione quando si renda necessario l’accertamento dell’an del credito, e non invece il suo quantum.  

Già solo il dato letterale dell’articolo 1243, comma secondo, c.c. avrebbe valore assorbente e preclusivo di qualsiasi soluzione o argomento favorevole alla compensabilità tra credito agito e controcredito litigioso opposto.

Le Sezioni Unite, però, hanno superato l’orientamento contrario che si era affacciato in giurisprudenza nel 2013, chiudendo subito la porta a qualsiasi futura interpretazione di segno contrario rispetto a quella offerta dalla giurisprudenza tradizionale.

Infatti, come rilevato dalle SS.UU., al contrario di quanto sostenuto dalla Terza Sezione della Suprema Corte, il disposto dell’art. 35 c.p.c. si limita semplicemente a regolare la competenza per valore tra giudici diversi, evitando che un giudice sfornito del potere di decidere possa pronunciarsi sul credito o sul controcredito opposto in compensazione; tale norma, però, nulla dice in ordine alle vicende della compensazione avente ad oggetto un credito contestato nella sua esistenza.

Inoltre, come acutamente osservato dalle Sezioni Unite Civili, ammettere un meccanismo di sospensione del giudizio in cui è fatto valere il credito in via principale, come ipotizzato dalla Terza Sezione nel 2013, vorrebbe dire introdurre un’ipotesi di sospensione facoltativa del processo, che supera illegittimamente il dato normativo.

Di talchè la compensazione di un credito il cui titolo sia contestato in via giurisdizionale, e la cui esistenza non sia assolutamente certa in virtù di una sentenza che sia passata in giudicato, non può mai avere luogo, sia che venga fatto valere davanti al medesimo giudice competente a conoscerlo, sia che venga attivato davanti ad un giudice diverso.

In questo modo vengono risolti anche eventuali profili di irragionevolezza e di disparità di trattamento, dal momento che la compensabilità del credito litigioso non è mai ammessa, a prescindere dal giudice innanzi al quale venga eccepita la compensazione.

Dal punto di vista più prettamente sostanziale della vicenda, cioè di rispetto dei principi fondamentali costituzionali su cui si fonda l’attuale processo civile, la sentenza n. 23225 del 2016 delle Sezioni Unite appare convincente.

In disparte le solide argomentazioni su cui si fonda, infatti, la scelta di non ammettere la compensabilità del credito sub judice, assicura la ragionevole durata del processo, riducendo sensibilmente i tempi della decisione sul credito azionato in via principale, oltre ad assicurare il diritto di difesa e l’effettività della tutela dell’attore.

A ben vedere, infatti, ammettere la compensazione giudiziale tra credito e controcredito contestato giudizialmente, attraverso lo sbocco della sospensione sistematica del giudizio principale fino alla definizione di quello in cui è fatto valere il credito controverso, oppure mediante la c.d. condanna con riserva, avrebbe significato attribuire, di fatto, il potere al creditore di paralizzare ad libitum la pretesa del creditore, ritardandola sensibilmente.

La tesi accolta dalle Sezioni Unite Civili riduce sensibilmente gli spazi di tutela del convenuto eccipiente la compensazione del credito litigioso: questi, infatti, non potrà mai ottenere in questi casi una pronuncia del giudice che dichiari l’estinzione reciproca delle pretese creditorie.

Tuttavia la soluzione delle SS.UU. appare a chi scrive perfettamente ragionevole per tre ragioni.

La prima sta nel fatto che - come da sempre statuito dalla giurisprudenza civile - laddove la contestazione da parte dell’attore circa l’esistenza del titolo su cui si basa la pretesa del convenuto sia meramente strumentale, pretestuosa o dilatoria, il credito eccepito in compensazione dovrà essere considerato certo.

Vale a dire che quando il convenuto potrebbe essere pregiudicato da un atteggiamento scorretto dell’attore nei suoi confronti, il giudice, valutata prima facie la fondatezza della contestazione circa la sussistenza del credito dell’eccipiente, ben potrà emanare una pronuncia costitutiva che estingua i reciproci crediti per le quantità concorrenti.

La seconda ragione della correttezza del dictum delle SS.UU. è da ravvisarsi nella circostanza che essa non sacrifica oltremodo le pretese e la tutela del debitore che eccepisca la compensazione del credito litigioso.

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Questi, infatti, ben potrà vedere accertato il proprio diritto di credito in un altro giudizio e, quindi, far valere poi l’eventuale sentenza di condanna nei confronti dell’attore che abbia già ottenuto quanto di sua spettanza in un separato giudizio.

Da questo punto di vista, però, è evidente come risulti significativamente ristretto l’ambito applicativo della compensazione giudiziale e, soprattutto, la finalità di salvaguardia della garanzia dell’adempimento nei confronti del creditore eccipiente.

Poiché il giudice deve rigettare l’eccezione di compensazione con cui il convenuto faccia valere un controcredito incerto nell’an contro il creditore-attore, allora il primo potrà essere condannato ad adempiere nei confronti di quest’ultimo, senza possibilità di vedere riconosciute e tutelate, illico et immediate, le proprie ragioni di credito.

Questa soluzione, però, appare essenzialmente corretta, specialmente tenuto conto della ratio di autotutela ispiratrice dell’istituto della compensazione, cioè di evitare che il debitore che sia al contempo creditore debba adempiere senza certezza di conseguire quanto di sua spettanza.

Infatti, nel caso di credito eccepito in compensazione incerto già nella sua stessa esistenza, non vi è la necessità, che informa la compensazione, di garantire la soddisfazione delle ragioni dell’eccipiente, dal momento che non è noto neanche se quest’ultimo rivesta la qualifica di creditore oppure no.

____________________

[1] Ex multis Cass. Civ. sent. n. 620 del 1970; Cass. Civ., sent. n. 6820 del 2002; Cass. Civ., sent. n. 25272 del 2010; Cass. Civ., sent. n. 8338 del 2011; Cass. Civ., sent. n. 16844 del 2012.

[2] La certezza dell’esistenza del credito finiva così per rientrare nel concetto di “liquidità”, affiancandosi agli ulteriori requisiti legali per l’operatività del meccanismo compensativo, ovvero la reciprocità, l’omogeneità e l’esigibilità dei crediti.

[3] Il giudicato è qui inteso in senso formale ai sensi dell’art. 324 cpc, cioè , vale a dire come provvedimento insuscettibile di essere impugnato per decorso dei termini legali per proporre gravame oppure perché le eventuali impugnazioni sono state rigettate in sede di appello e di legittimità.

[4] P.SCHLESINGER, Compensazione (Voce), in Noviss. dig. it., UTET, Torino, 1957, III, p. 729.

[5] Tale norma secondo la Terza Sezione della Suprema Corte l’art. 35 c.p.c. rappresenterebbe un’autentica “valvola di sfogo” del sistema, che conse

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